Il pedone avvelenato (2018)

Dopo Il sacrificio dell’alfiere (2015) e La scacchiera d’oro (2016), Stefano Sala torna con un nuovo romanzo della Trilogia nera degli scacchi: “Il pedone avvelenato. Gioacchino Greco” (2018) edito da Le due torri.

La trama:

La storia del maestro di scacchi Gioacchino Greco e gli intrecci sociopolitici di una Europa del 600 in pieno fermento culturale fanno da sfondo a questo noir storico. Sala ricostruisce il passato preso in prestito dalle fonti e dove la storia si rimescola con la leggenda e coglie lo spunto dalle notizie biografiche di Gioacchino Greco tesse il suo canovaccio legato alle arti pittoriche (Caravaggio), musicali (Salieri) e scacchistiche (Greco). Il romanzo attraversa i confini della Calabria e del Lazio per invadere la Francia, l’Inghilterra e la Spagna attraverso una scrittura articolata e veloce. Non esistono confini per la supremazia scacchistica di Gioacchino Greco se non quelli delle paure e delle angosce umane; accompagnato dalla sua triste ombra e da un losco prelato il maestro riporta grandi successi sulle scacchiere di mezza Europa, scoprendo che il più grande avversario è lui stesso che erge il suo cammino come missione di vita per la diffusione del nobil giuoco.

Ecco la Prefazione di Roberto Carboni:

Che belli i tempi in cui per analizzare una partita, potevamo solo accendere il cervello. Rimboccarci le maniche. Fallire, ricominciare, analizzare, chiamare un amico scacchista (più bravo, ma forse non eri disposto ad ammetterlo) sperando ti levasse le castagne dal fuoco.
Fallire, alzarci la notte non ancora arresi, ricominciare. Niente mostri da milioni di mosse al secondo per analizzare i nostri schemi.
Che bello guardare i GM, lo loro foto (ve li ricordate gli occhi di Alekhine, il grugno di Kasparov, la spavalderia di Fisher) e pensare che era tutto lì, dentro la loro testa. Sembrava di percepire l’energia. Sentivi la smania del pioniere, la sindrome dell’alchimista.
Sentivi il desiderio della ricerca. Il rispetto per il tempo richiesto nel trovare una soluzione. Come quando non c’erano le videocassette, e per rivedere un film potevi anche aspettare due anni.
Era normale. Il tempo. Il respiro.
L’essere umano.
Quando per le aperture c’era al massimo il manuale di Porreca, che il più delle volte già alla quarta mossa della variante principale ti piantava lì come uno scemo, con un 4… d4?? Con quegli unici due punti interrogativi come commento. E basta. Che poi non significavano niente.
E il tuo avversario aveva giocatoproprio 4… d4. E tu avevi comunque perso la partita (strategicamente, peraltro) senza capire il perché. Eppure c’erano due punti interrogativi. Eppure avevi fatto solo mosse buone. Te ne convincevi. Ma non poteva essere così.
Fallire, ricominciare.
Alchimia.
E chissà come doveva essere ai tempi di Gioacchino Greco. Tutto da scoprire, da teorizzare. Quanta magia! E’ la magia che ci affascina. Non mi riferisco qui a quella esoterica, ma a ciò che ci manda in trance. Che sospende la realtà e il tempo. Che ci separa dal mondo. La fisica, la matematica, gli scacchi. Il ragionamento puro.
Pe me, scrittore costretto a comunicare usando questa interfaccia imperfetta delle parole, la partita a scacchi è la vera e assoluta fusione tra cervelli. Tu fai la tua mossa, che non è solo una mossa. E’ un pensiero, una strategia, il tuo algoritmo, la tua filosofia di gioco. E vedi l’avversario pensare per dieci minuti, poi lo senti sorridere. La sua anima, non lui. Lui è impassibile ma tu sai che dentro è felice. Ha capito il tuo piano e cerca di contrastarlo. Si è accesa la scintilla. I cervelli sono entrati in contatto. Pensiero puro. Senza bisogno di interfacce.
Poi lui fa la mossa e tu speri di riuscire a fare altrettanto, di capirlo. Perché si tratta di questo: capire. Per poter rispondere.
Capire.
(Petrosjan, il timido Tigran, il mio mito. Fintamente impacciato come il tenente Colombo. Armeno, campione del mondo e laureato in psicologia.Ti levava i piani dalla testa tre mosse prima che ti venissero in mente: era impossibile capirlo).
Comunicazione. Tensione. Battaglia. Nervi tesi.
Trance. Non tempo.

Stefano Sala riesce a fare tutto questo. Farci sognare. Con la sua bella scrittura pulita, leggera e profonda. Avventurosa da subito. Sognare. Sospendere il tempo e l’incredulità. Calarci nel suo mondo incredibilmente nitido e reale eppure misterioso e spericolato.
Il dono della scrittura è come il dono della mossa. Passi la vita ad affinarlo, ma devi averlo, perché è magia, è stupore. Ogni frase è un candelotto di dinamite che scatena interi giacimenti di pensieri, di immagini, di memorie e fantasie. Che aggancia la nostra parte tenera e bambina.
Stefano è riuscito a farmi volare, palpitare, incuriosire, stupirmi. Il suo narrare è onesto, modesto. Non cerca di emergere dallo scritto, come il regista teatrale, semplicemente dietro il sipario a osservare pubblico e attori.
Sono felice di aver letto questo romanzo, felice di aver incontrato questo compagno di sogni, di aver scoperto e riscoperto Gioacchino Greco e il resto della compagnia.
Sono passati undici anni dall’ultima gara che ho fatto e ancora, ovunque sono, quando sento un orologio fare tictac sono pronto a 1.c4!
Non ho tempo!, penso. Ma frigge.
Polverina magica.
Non ho tempo.
Rimane nel sangue.
Sarebbe bello, però.
1. c4. Dai!
Chissà…

Lunga vita ai sognatori!

L.

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