Canaglia cercasi (1951)

Canaglia cercasi2Durante la lettura di uno dei grandi romanzi noir di James Hadley Chaese, “Canaglia cercasi” (In a Vain Shadow, 1951), numero 4 della splendida collana “I Neri Mondadori” (1964), ristampato poi ne “I Classici del Giallo Mondadori” n. 259 (1976).

Il protagonista Mitchell viene assunto come guardia del corpo dell’intrallazzone Sarek, ma la prima sera a casa del nuovo datore di lavoro incontra sua moglie Rita e subito perde la testa per lei.
Distratto dalla cocente ossessione per la donna, Mitchell accetta distrattamente l’invito di Sarek a giocare a scacchi.
Riporto l’intero brano, che trovo molto intrigante come tutto ciò che scrive Chase, con la traduzione della mitica Hilja Brinis.

Appena Sarek aveva terminato d’ingozzarsi, lei s’era alzata per sparecchiare. In quel momento, Sarek m’aveva domandato se sapessi giocare a scacchi.

«Ho giocato un po’.»

«A me piacciono gli scacchi. Quand’ero al Cairo, giocavo tutte le sere con mio padre. Ho tentato di insegnare a Rita, ma non ci tiene. E poi le manca la stoffa. È svelta e intelligente, ma non per giocare a scacchi. Ci vuole un cervello tutto particolare, e lei non l’ha.»

Dunque si chiamava così: Rita.

«Be’, non si può essere bravi in tutto.»

Mi fissava speranzoso. «La facciamo una partitina, eh? Niente di serio, si capisce. Sono mesi che non tiro fuori la scacchiera.»

«Forza, allora.»

Mi sorrise raggiante, fregandosi le piccole mani. «In campagna non si sa proprio cosa fare, quando vien buio. Gli scacchi sono il gioco più divertente del mondo.»

Se avessi avuto una moglie come la sua, non avrei detto che in campagna non si sa cosa fare, quando vien buio. Né l’avrei lasciata sola in cucina, nemmeno per due secondi.

Sistemò un tavolino da gioco davanti al caminetto.

«Forse la signora Sarek vorrà sedersi lì, no?»

«No, no. Sapete come sono le donne. Lei traffica un po’ in cucina, poi va subito a letto. Si corica e legge le solite scemate che leggono tutte le donne.» Ridendo, attraversò la stanza per andare a uno stipo. «Legge romanzetti, storie d’amore. È un tipo molto romantico.»

Ma non con te, pensai. Mi gioco il collo che con te non è romantica neanche un po’.

Tirò fuori un gioco di scacchi d’avorio, intagliati a mano, e una scacchiera d’avorio. Era il gioco di scacchi più bello che avessi mai visto.

«Che bell’oggetto.»

«Bello, sì.» Mi porse la regina. «Sono del quattordicesimo secolo, opera del Pisano. Li trovò mio padre, in Italia, e li lasciò a me. Vuole che li lasci a mio figlio. Ci tiene molto, anzi, ma che posso farci? Io, figli, non ne ho.» Cominciò a disporre i pezzi sulla scacchiera, la fronte profondamente corrugata. «Non ancora, almeno; ma ne avrò uno ben presto, l’anno venturo. Così dice lei, ma a che mi servirà poi un figlio, se sarò troppo vecchio per godermi la paternità?»

Mi avvicinai alla finestra, tirai le tende e fissai l’oscurità all’esterno, timoroso che si accorgesse della vampata che m’era salita alle guance. Sentirlo parlare così mi dava una sensazione che non avevo mai provato in vita mia: una rabbia soffocante.

«Cominciamo, allora. Su, venite a sedervi.»

Canaglia cercasi[…]

«Scacco matto.»

Respinsi la sedia e riuscii bene o male a sorridere.

«Beh, me lo sono voluto. Grazie della partita, in ogni modo. Mi dispiace d’aver fatto la figura del brocco.»

Cominciò ad allineare di nuovo i pezzi. «Brocco, poi, no. Avete giocato una buona partita. Sono rimasto sorpreso quando avete aperto con la mossa di Steinitz. To’, ho pensato, questo è un giocatore vero. Steinitz fa un gioco molto difficile. E poi mi accorgo che avete la mente altrove, che non pensate più alla partita, e vi limitate a fare un gioco automatico. Questo non va, agli scacchi. A che cosa stavate pensando, eh?»

Mi domandai che faccia avrebbe fatto se gliel’avessi detto.

«Non ero in vena, tutto qui. Quando sono in vena gioco mica male, ma stasera, evidentemente, non lo ero.»

[…]

Avevo imparato a giocare a scacchi da un campione, che era prigioniero con me in Germania durante la guerra, e per diciotto mesi lui e io avevamo giocato per cinque ore al giorno. Anche Sarek ci sapeva fare, e le partite che giocavamo ogni sera erano all’altezza dei grandi tornei.

Quando lei se ne andava a letto presto, io riuscivo a batterlo. Ma finché lei rimaneva nella stanza parte della mia mente si distraeva, e lui batteva me. Credeva, comunque, che fossi il miglior giocatore col quale si fosse mai misurato, e quelle partite serali cementavano la sua simpatia per me più di qualsiasi altra cosa.

L.

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