Language of a Broken Heart (2011)

Andato in onda in esclusiva italiana su TV8 nel marzo scorso, “Amore tra le righe” (Language of a Broken Heart, 2011) di Rocky Powell racconta del solito romanziere in crisi – interpretato dallo stesso sceneggiatore Juddy Talt – che in cerca di ispirazione trova una ragazza e via nella solita trametta romance.

Cosa mai potrà simboleggiare il “gioco amoroso” tra due amanti se non una bella partita a scacchi?

L.

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Blue Steel – Bersaglio mortale (1990)

Lo so, regola del CitaScacchi sarebbe che non sono ammesse scene in cui i personaggi non stiano giocando, ma in questo “Blue Steel – Bersaglio mortale” (Blue Steel, 1990) di Kathryn Bigelow la scacchiera non è solo un oggetto scenografico.

Eugene Hunt (un Ron Silver in grande spolvero) ha appena rubato una potente pistola dalla scena di un crimine, e la posa davanti ad una scacchiera non per caso: la sua mente contorta inizia ad ordire piani di omicidio come le mosse di una partita a scacchi che solo la giovane agente Turner (Jamie Lee Curtis) saprà fermare.

Rivisto l’altro giorno su CineSony a quasi trent’anni dalla prima volta, sono rimasto un po’ deluso e ho ricordato che la delusione c’è stata pure all’epoca dell’uscita italiana del film. Sebbene la Bigelow sia una regista d’acciaio e ogni scena sia un capolavoro, la trama è davvero buttata via a casaccio, con un cattivo da cartone animato e scelte narrative più che discutibili. Peccato.

L.

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Le sette morti di Evelyn Hardcastle (2018)

Illustrazione di copertina firmata da Emily Faccini per il romanzo “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” (The Seven Deaths of Evelyn Hardcastle, 2018) di Stuart Turton (Neri Pozza, marzo 2019), traduzione di Federica Oddera.

Per una recensione del libro rimando al blog Cioccolato e libri.

L.

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Byleth, il demone dell’incesto (1972)

Il duca Lionello Shandwell (Mark Damon)

L’amico Ivano, del Cronache del Tempo del Sogno, mi manda queste due splendide schermate dal film “Byleth, il demone dell’incesto” (1972) di Leopoldo Savona.

Citando Ivano:

il protagonista che si trastulla con gli scacchi mentre ascolta il vecchio, finché una frase di questi lo irrita e lui scompagina i pezzi sulla scacchiera in un gesto di ira repressa.

Una citazione deliziosa, a dimostrazione che gli scacchi nei film raramente sono pura scenografia: quasi sempre sono simbolo di un calcolo, di un gioco sottile in cui il protagonista si trova coinvolto, anche con “ira repressa”.

L.

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Topogag (1984)

La nostra amica Kukuviza del blog “CineCivetta” ci regala un deliziosa striscia umoristica di Topolino, tratta da “Topogag”, pubblicazione Mondadori del 1984 di cui ignoravo l’esistenza, malgrado all’epoca fossi un discreto appassionato dei fumetti Disney.

Per tutte le informazioni sul volume rimando al mitico database InDucks, che ci fornisce il nome dell’autore (lo statunitense Del Connell) e del disegnatore (il messicano Román Arámbula) della daily strip, apparsa originariamente in bianco e nero su un quotidiano americano il 19 agosto 1976.

L.

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Star Trek: Charlie X (1966)

È così che vi divertite sull’Enterprise?

Un giovane “naufrago delle stelle” può perdere le staffe, se perde a scacchi: e se ha dei super-poteri letali, la situazione si fa “scottante”.
Sto parlando del celebre episodio “Charlie X” (15 settembre 1966) della serie televisiva “Star Trek”, giunto in Italia solo nel 1981 con il titolo “Il naufrago delle stelle“. È il secondo episodio trasmesso, ma in realtà il numero cambia a seconda delle liste che trovate in Rete.

L’alieno e il vulcaniano alla scacchiera

Il giovane Charlie (Robert Walker) ha passato quattordici anni da solo su un pianeta dove la sua astronave era naufragata, ed ora che torna alla civiltà ha dei seri problemi: anche perché nessuno sa che ha sviluppato poteri di controllo della mente e della materia che lo rendono molto pericoloso.

Mai far arrabbiare un giovane dai super-poteri…

Così quando il signor Spock lo straccia a scacchi, Charlie fa i capricci e liquefà le pedine!

Brutta fine, per le pedine

Per una recensione dell’episodio, vi rimando al blog VengonoFuoriDalleFottutePareti.

L.

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The Predator (2018)

Da quando a scacchi si gioca in tre?

Come ho già raccontato nel mio blog alieno, la settimana scorsa è uscito in edicola il DVD del pessimo film “The Predator” (2018), la cocente delusione con cui Shane Black è riuscito con un colpo solo a deludere tutti i fan: non solo del personaggio della Fox, ma anche delle storie raccontate da quello che un tempo è stato lo sceneggiatore più pagato di Hollywood.

Lasciando da parte la mia profonda delusione per l’occasione mancata e il mio disgusto per un film brutto e sbagliato in ogni suo singolo fotogramma, ne approfitto per citare la scena scacchistica.

Essendo questo un film per bambini pieno di squartamenti – curioso binomio – co-protagonista è il piccolo Rory McKenna (Jacob Tremblay), che essendo autistico avoca a sé tutti gli stereotipi del caso. Indovinate un po’? È un mago a scacchi…

Quando i soliti bulli da commedia americana piombano nel club degli scacchi e gettano in terra tutte le pedine, Rory si alza e rimette a posto tutto: ogni pedina nell’esatto ordine sulla sua scacchiera, dov’era prima che i bulli entrassero. Una trovata di grana molto grossa, oltre che inspiegabile: come faceva il bambino, concentrato sulla sua partita, ad aver visto anche tutte le altre in contemporanea?

Un film da dimenticare – e già dimenticato – ma una bella citazione scacchistica.

L.

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Lazarus 24 (2016)

Anche una donna-cyborg gioca a scacchi, come Forever: protagonista della saga “Lazarus” (ImageComics) di Greg Rucka.

Con i disegni di Michael Lark, vediamo la protagonista arrovellarsi davanti ad una scacchiera: è una guerriera nata, comandante dell’esercito della sua Casata ma una ferita alla gamba non si decide a guarire. E questo fa sentire Forever inutile.

L.

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Stonehearst Asylum (2014)

Noioso e oltremodo banale, “Stonehearst Asylum” (2014) di Brad Anderson è la moderna reinterpretazione del più noioso e banale dei racconti di Edgar Allan Poe, quello che ha inventato un genere narrativo straordinariamente noioso e banale: il manicomio che non si sa chi siano i matti e chi i sani. Purtroppo esistono decine di storie simili…

Sarà Ben Kingsley il vero direttore?

Comunque abbiamo due direttori del manicomio: uno sano e uno matto, uno finto e uno vero. Chissà però chi riuscirà a distinguerli…
Uno è Ben Kingsley e l’altro è Michael Caine, che giocano una ideale partita a scacchi fra di loro. E alla fine, quando tutti hanno perso, gli scacchi appaiono sul serio, e durante il colpone di scena finale c’è anche spazio per pronunciare la frase che chiude il film: «Scacco matto!»

Sarà Michael Caine il vero direttore?

L.

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Il caso Veronica Dean (1984)

Riporto il primo capitolo del romanzo “Il caso Veronica Dean” (The Veronica Dean Case, 1984) di Hillary Waugh, apparso nella storica collana “Il Giallo Mondadori” n. 1915 (13 ottobre 1985) con traduzione di Diego Biasi.

Questa quinta indagine del protagonista Simon Kaye inizia con lui… che gioca a scacchi!


Era una di quelle sere vellutate di fine agosto, in cui la luna è nel suo pieno splendore, un lieve venticello accarezza la pelle e gli insetti ronzano dolcemente senza pungere. Era una notte fatta per l’amore e per gli idilli, per le parole tenere e i baci ardenti. Era una di quelle notti in cui un uomo di trent’anni prova una profonda nostalgia per la gioventù perduta.
Questo avveniva all’esterno.
All’interno, dove mi trovavo io, una lampada a fiori proiettava una luce calda su una scacchiera verde e bianca e la mia testa ne era illuminata mentre riflettevo su quali pezzi dovevo muovere.
Era un lunedì sera e nelle serate del lunedì padre Jack McGuire e io giochiamo a scacchi nel suo studio foderato di libri. Questi trattano tutti di religione nelle più svariate forme; ma con nessuna di esse io ho il minimo rapporto. «Bada a te stesso», questo è il mio motto, perché Dio, se esiste qualcosa del genere, lavora per i propri interessi e non ha fatto il mondo per il nostro piacere. Dargli un bell’aspetto è stata un’operazione che ha recato gioia a lui stesso.
Jack, naturalmente, la pensa in modo molto diverso. D’altra parte è un prete e lo chiamano «padre», distribuisce vino e ostie, ascolta le confessioni, celebra i servizi divini e fa la felicità del clero. Trova sempre da fare, ed è bene accolto. Li chiamavano slum quando abitavamo laggiù, e da allora sono andati sempre peggio. Io sono un investigatore privato e quando mi lamento del mio destino mi consolo osservando le fatiche che lui deve affrontare, e per il mio morale è meglio di un intero vassoio di Martini e vodka.
Avevamo giocato tre partite e io ne avevo vinte due. Durante il gioco avevamo sorseggiato vino, prendendoci in giro l’un l’altro, e mordicchiato i crackers con il formaggio che la signora Honeywell, la sua perpetua, ci aveva preparato. Intanto ci asciugavamo il sudore dalla fronte. Io arrivai addirittura a infrangere la mia promessa e fumai un paio di sigarette. Io non fumo, se non in situazioni stressanti, come era avvenuto durante la partita che avevo perso.
Quando il grande orologio nell’ atrio di Jack scandì la mezzanotte, avevamo terminato di giocare e lui stava parlando del sogno di tutta la sua vita: un viaggio a Roma. Per Roma lui intendeva il Papa e S. Pietro. Io dissi che a Roma c’erano ben altre cose da vedere, ma quando gli parlai del Foro e del Colosseo, lui annuì appena. Solo le catacombe lo scossero un po’.
Quando mi accompagnò alla porta, sui gradini aspirammo insieme l’aria profumata. Mi chiese: — Dov’è la tua macchina? —
Io risposi che non l’avevo portata, avevo fatto una passeggiata.
— Da casa tua?
— Non è lontano: tre o quattro chilometri.
— Simon Kaye, il ragazzo che ama la natura.
— Ho saltato la lezione di karaté del venerdì sera. Ero di turno.
— E la tua coscienza ti dice che devi riprendere a fare esercizio?
— Appunto, e devo incominciare subito, perché è tardi e ho bisogno di dormire.
Mi accomiatai e affrettai il passo perché la passeggiata sarebbe stata lunga. La maggior parte del tragitto passava per vie cittadine, ma c’era un tratto lungo il limitare di Monmouth Park, un luogo che nella parte residenziale della città si può considerare una specie di Eden, libero da ogni sorta di peccato se si eccettua il sesso. È il ritrovo estivo dei ragazzi e delle ragazze che non hanno un letto o una macchina.
Rasentai il parco sul lato di Monmouth Street, di fronte alle villette bifamiliari. Era un luogo quieto e piacevole. Il parco doveva essere deserto a quell’ora, tutti i giovani amanti erano di certo andati a casa.
In realtà qualcuno c’era. Poco lontano si muovevano delle ombre. Non erano alberi, erano uomini che uscivano da dietro gli alberi. Venivano dalla mia parte. Ne contai tre: uno davanti, uno di fianco e uno dietro di me; forme indistinte, che tuttavia si muovevano rapidamente con lievi fruscii tra l’erba.
Quello che avevo di fronte teneva in mano qualcosa che sembrava una calibro 38. Non c’era da sbagliare circa l’arma che imbracciava quello al mio fianco: un fucile a canne mozze. Naturalmente non vedevo l’arma di quello dietro di me, ma riuscivo a sentirla. Me l’aveva puntata contro e la sentivo premere sul fegato. Nell’orecchio l’uomo mi sibilò, con un frasario tipico di un film di terza categoria: — Non muoverti, se ci tieni alla pelle!
Il tipo che mi stava davanti doveva essere il capo. Calcato sulla fronte, che anche nell’ombra appariva piuttosto bassa, portava un cappello a tesa larga della stessa foggia di quelli usati da Al Capone, che tuttavia non nascondeva i lineamenti scimmieschi. Quel volto mi rimase impresso nella mente. Era una faccia che non avrei dimenticato.
— Mani in alto e bocca chiusa — ordinò con parole ancora più cinematografiche. La frase era divertente, ma non si poteva dire altrettanto del tono. Ubbidii.
— Voltati.
Non me lo feci ripetere. Ciò mi permise di dare un’occhiata al ceffo che mi puntava contro il suo arnese. Aveva il naso storto e dei baffetti sottili. Non avrei dimenticato neppure quello. Il tipo con il fucile a canne mozze se ne stava un po’ discosto e reggeva l’arma nel cavo del braccio, mentre con lo sguardo non perdeva d’occhio i compagni. Non riuscivo dunque a vederlo bene. Era molto grosso, aveva gli occhiali e indossava abiti scuri. Portava un berretto da golf con la visiera. Era tutto ciò che riuscii a vedere in quel momento.
Restai immobile guardando la strada mentre una mano mi svuotava le tasche e mi tastava per scoprire se portavo armi. Il bottino comprendeva il portafoglio, la rivoltella, il coltello a serramanico, la licenza di investigatore privato, un fazzoletto e qualche monetina.
Faccia di scimmia con il cappello da Al Capone esaminò tutto con una lampadina tascabile, ma non parve convinto. Lui e Naso storto si avventarono di nuovo Su di me, frugando per vedere se non avevano dimenticato qualcosa, anche se ero già stato ripulito di tutto. A Faccia di scimmia la faccenda non andava giù e borbottò qualcosa che sembrava una sfilza di imprecazioni. Naso storto fece un passo indietro pur continuando a tenere l’arma premuta contro il mio fianco. — Vuoi che lo faccia parlare?
Faccia di scimmia fece un cenno che io non potei vedere e Naso storto allontanò l’arma. Mi girarono intorno: Faccia di scimmia si ficcò in tasca tutti i miei oggetti; poi mi spinsero avanti e ci dirigemmo, in corteo, verso un’ampia limousine che si trovava dietro l’angolo. I sedili erano ribaltabili e c’era una vecchia coperta. Mi distesero a faccia in giù sul fondo dell’auto, tirarono la coperta sopra di me, salirono in macchina e partimmo. Alla guida c’era il tizio con il berretto da golf. Faccia di scimmia e Naso storto si erano abbandonati comodamente nei sedili posteriori e avevano appoggiato i piedi su di me perché non mi alzassi.
In tutto questo tempo, al di fuori degli ordini che mi avevano lanciato, non avevano detto nient’altro, e non li udii scambiarsi neppure una parola.
L’auto svoltò all’angolo successivo e capii dove ci trovavamo. Riuscii a seguire la strada ancora per qualche isolato, ma poi il tragitto e la velocità cominciarono a variare mentre le curve si moltiplicavano. Non era possibile farsi alcuna idea dal pavimento di un’auto e dopo una paio di zig-zag ero disorientato. «Ancora a destra» pensai, senza immaginarmi che importanza potesse avere. Quelli non erano dei drogati che volevano fare un bel colpo. Ero in compagnia di professionisti e questo viaggetto in limousine puzzava di tradizionale ultimo viaggio. Mi vedevo già nel baule di una macchina rubata con il cranio crivellato di pallottole. «Omicidio nel mondo della malavita» avrebbe sentenziato la polizia e si sarebbero chiesti di chi era il corpo e il perché dell’assassinio. Anch’io me lo stavo chiedendo.
Visto che non c’era nient’altro da fare, rimasi disteso e ascoltai. Avrei potuto udire le loro voci, i loro piani, cogliere le loro inflessioni, captare qualcosa che mi avrebbe permesso di dar loro la caccia, se ne fossi uscito vivo.
Ma loro non parlavano, e mi era impossibile cogliere qualsiasi indizio. Avevano i miei dati e sapevano chi ero: non sembrava che avessero preso il tipo sbagliato e io mi chiedevo chi mi ero inimicato fino a quel punto. I possibili candidati erano parecchi. Sono il tipo ideale quando si tratta di farsi dei nemici. Ma chi poteva essere tanto potente e tanto pieno di rancore? Cercai di passare in rassegna tutti i pezzi grossi della città.
Poi non mi rimase che ascoltare il ronzio dell’aria condizionata. L’auto correva lungo le strade in un silenzio sinistro. Non andava molto veloce, si fermava regolarmente ai semafori. Con i finestrini alzati e l’aria condizionata in funzione non arrivavano molti rumori da fuori e neppure ne uscivano. A un semaforo colsi il forte ronzio di un bacino di drenaggio. Poi un profumo di frittelle penetrò attraverso gli sfiatatoi. Pensai a tutte le cene che avevo consumato e alle escavazioni che non potevano essere prosciugate.
Proseguimmo per chilometri, svoltando ogni tanto, ma non avevamo ancora lasciato la città perché continuavamo a fermarci alla luce rossa dei semafori. La sola cosa che non mi era stata sottratta era l’orologio da polso e potevo vedere l’ora sul quadrante luminoso. I minuti trascorrevano più veloci di quanto sembrasse, ma il viaggio era lungo. Avevo già calcolato venti minuti ed era l’una meno un quarto.
All’una meno dieci udii lo stantuffo di una pompa di drenaggio e incominciai ad annusare. Sì, ecco di nuovo l’odore delle frittelle. Avevano fatto un giro in tondo per confondermi. Allora non volevano farmi fuori, avevano intenzione di lasciarmi in vita.
Li avevo giudicati peggiori di quel che erano.
Un attimo prima dell’una, la limousine girò e per 45 secondi si sentì uno scricchiolare di ghiaia, poi fece marcia indietro e, dopo aver trovato il posto giusto, si arrestò. Ricevetti un bel calcio e colui che me l’aveva assestato mi intimò di tenere giù la testa o mi avrebbe schiacciato il cranio. Alzarono la coperta e mi tesero un cappuccio nero con i lacci. — Mettitelo in testa e non cercare di guardare fuori.
Non potei far altro che obbedire tirandomi i lacci fin sotto il mento e legandoli. Il cappuccio non aveva la trama fitta e attraverso la tela penetrava una debole luce, ma non era sufficiente per permettermi di osservare qualcosa. Il tipo, quello dalla faccia di scimmia, verificò che la cosa fosse stata fatta a dovere.
Aperte le portiere, Faccia di scimmia mi diede un calcio sul posteriore e mi disse di muovermi. Uscendo inciampai e gli altri due mi afferrarono per le braccia. Mi fecero camminare sull’erba e sulle pietre e contai tredici passi; poi inciampai in alcuni gradini. Naso storto imprecò contro di me e l’altro uomo, doveva essere quello con il berretto da golf, inveì contro di lui. — Non ci vede, dannato stupido che non sei altro. Non te ne accorgi?
Delle mani mi afferrarono per le spalle e mi rimisero in piedi. C’era un altro gradino, poi una porta. Fui spinto in una stanza piena di mobili. Andai a sbattere contro qualcosa.
Mi rimisero in equilibrio in una zona vicina al centro della stanza. Entrava più luce e a un tratto udii un acciottolio, come se i miei oggetti venissero buttati alla rinfusa sopra il tavolo. Sentii gli sconosciuti borbottare qualcosa mentre li esaminavano attentamente. Poi Faccia di scimmia mi si avvicinò.
— Dov’è il resto? — mi chiese a un palmo dal viso.
Non potevo vedere attraverso il cappuccio, ma riuscivo addirittura a percepire il suo calore. Potevo quasi sentire la sua saliva. Non risposi e fui picchiato violentemente. — Mi hai sentito? — riprese, alzando il tono della voce.
La mia testa indolenzita cominciò a sanguinare. Quella era una delle cose di cui avrebbe dovuto rendermi conto. Non volevo che dovesse pagarmela per troppe cose ed ero deciso a non perdere conoscenza, così parlai, aprendo bocca per la prima volta. — Il resto di cosa?
Mi diede una gomitata nello stomaco che mi fece piegare su me stesso. — Dove l’hai messo, verme schifoso?
Mi diede un paio di secondi perché riprendessi fiato. Dopodiché cercai di chiedere ancora una volta: — Messo che cosa?
Da dietro Naso storto, divenuto impaziente, mi diede un colpo sulla testa con il revolver. — Rispondi a quest’uomo. Hai sentito bene. Rispondigli.
Quel colpo mi abbatté e mi ritrovai sul pavimento con la testa che mi girava. Invece di rispondere presi a lamentarmi. Naso storto mi diede un calcio in un fianco. Riuscii a non urlare, ma dovetti fare uno sforzo enorme. Cercai di rotolare e di afferrare una gamba, una gamba qualsiasi, ma mi mancarono le forze. Le mie dita sfiorarono un paio di pantaloni, ma fu tutto. Tuttavia riuscii a mettermi in ginocchio, con una mano sciolsi i lacci del cappuccio e roteai l’altra descrivendo un largo arco, con la speranza di sferrare un pugno a qualcuno che mi fosse vicino.
Ciò che ottenni invece fu una botta sulla testa con il calcio del fucile a canne mozze. Ero ancora cosciente, ma non ero più in grado di muovermi.
Nonostante la nebbia in cui ero immerso, colsi le parole di Faccia di scimmia. — Portalo nella stanza di dietro mentre io vado a telefonare. Spoglialo e frugalo come intendo io. Avremo quello che vogliamo, che lui parli o no.
Gli altri due mi trascinarono via. Dato che non potevo camminare, mi presero ciascuno per una gamba e mi tirarono per i piedi facendomi percorrere in quella posizione tutto il corridoio. Ero abbastanza cosciente da tentare di sciogliere i lacci e di togliermi il cappuccio dalla testa. Se avessi potuto vedere qualcosa, avrei avuto una possibilità di salvezza. Il corridoio non era molto lungo. Mi portarono nella stanza sul retro giusto in tempo per accorgersi del mio tentativo.
— Furbo il ragazzo!
Naso storto mi diede un calcio su un lato della testa e mi pestò la mano, incidendomi il marchio della sua suola nella carne. Berretto da golf prese il fucile e lo usò sul mio cranio come una mazza.
Udii il rumore del calcio dell’arma, poi tutto si fece buio intorno a me.

L.

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